Saggio critico di Claudio Rizzi
Stefania Scarnati Proiezione all’infinito Una linea irrefrenabile percorre, incide e rafforza la continuità di lavoro di Stefania Scarnati. E’ una linea vitale, spirale di sentimento intimo, vocalità pulsante animata nelle anse di voluttà esistenziale, di fremito palpabile, di anelito all’eccelso ideale oltre la misura e oltre la quota della realtà. Simbolo e surreale si coniugano nelle volute di inconscio librate nello spazio di sogno e libertà. Le tensioni diagonali oppure le sedimentazioni in verticale sottolineano la scansione progressiva di emotività profonda, radicata nel tempo e proiettata al futuro. All'inizio, e per anni intensi, furono percorsi astrali, nastri tracciati nello spazio, comete di luminosità siderale. Evolvevano proiettate all'infinito, fonti di spontaneità come fenomeno naturale, tendevano a superare il perimetro dello spazio e proseguire indomite oltre i confini della tela. Veleggiavano assorte eppure felici nella sinuosità musicale di andamento armonico e costellavano la visione nella modulazione cromatica di stupore e mistero. Era pittura e sanciva vibrazione di scatto, movimento e corporeità di quel nastro irrefrenabile oltre le vette del cielo. Eppure lo spazio dipinto e la densità della cometa attendevano, chiedevano o preludevano, ben altro volume. Cammina cammina Stefania Scarnati incontrò un giorno un polimero che si aggirava per fabbriche ed aziende con grande dignità professionale ma ambiva a nobiltà culturale. Si conobbero in un tardo pomeriggio quando il sole calante osservava sorgere la luna e cospargersi le stelle nel cielo. Lui si presentò con garbo e spiegò d'essere un materiale chimico, un interprete dei tempi moderni, disse anzi con malcelata modestia di essere un "tecnopolimero" e confessò una personalità rigida e rigorosa ma promise di essere duttile e malleabile. Lei lo guardò attentamente, in un attimo percorse mille pensieri e si fidò. Decise di transitare dalla chimica dei colori alla chimica del nuovo materiale, affrontò altri strumenti di lavoro, apprese nel dialogo con la materia i segreti di una modellazione ben diversa dal consueto rapporto con carta, creta e gesso. E non si pentì. Ora quella linea irrefrenabile ha conservato l'anima e ha conquistato il volume per correre nello spazio e occuparne porzioni con felice libertà. La linea è diventata corpo, materia e scultura. I filamenti ora sono traccia tangibile. Si delineano come sedimentazione di realtà, come reperto di tempo e civiltà, testimoniano presenza e creatività, alludono a origine e futuro. Si accumulano nella continuità di linea e movimento come stratificazione della storia o trascrizione di codice genetico. Divengono racconto o suggestione esistenziale, dalla linearità al nodo, dal groviglio allo scatto di nuova determinazione, dalla linea ascensionale alla palpitazione dell'attesa. Stefania Scarnati ha denominato queste opere "Artépore®" determinando nell'accezione femminile del termine una condizione di grazia e delicatezza, suggerendo forse affetti ed intesa di indissolubile legame. Si tratta di neologismo adottato dall'artista ma un significato inconscio e radicato nell'etimologia esiste e rafforza la scultura. In greco antico "poros" indica "passaggio". Dalla materia alla creatività. Dall'astrazione dell'idea alla corporeità della traccia. Dal perimetro del reale alla conquista dello spazio. E più si proiettano nello spazio, meglio vivono le opere, naturalmente protese a ergersi come linea continua, come senso dell'infinito o incanto di flessuosa incessante dinamica pur nella fisicità statica della materia cristallizzata. Lucente e morbida quasi il vento persuadesse le sue forme, la scultura si propone come reperto vivo, come attimo di vibrazione, forse promettendo o minacciando di assumere a breve altre fattezze e correre ancora verso il punto prospettico più alto dell'idea. La vela pare issare se stessa, animata dalla libertà interiore che sale e tende verso l'alto come ritmo spontaneo di irrefrenabile anelito. La luna non ha fine, non allenta lo sguardo, non deroga al fascino la sua struttura di spire e linee, si dispone in movimento continuo come eternità di mistero. La stele stratifica il racconto come la storia si compendia nella colonna, nell'obelisco, nel menhir. E' segno dell'uomo, di fatica, di gloria, di passato mai trascorso e sempre proiettato al futuro. La grande dimensione svetta nello spazio e lì luce e materia nella conquista del volume accendono il senso poetico della scultura. L'abilità tecnica sviluppata nel dominio del materia e nella padronanza delle sue caratteristiche consente a Stefania Scarnati anche la realizzazione di lavori in proporzioni contenute, tanto da ottenere persino la configurazione del monile. E' un altro traguardo ambito per la personalità del polimero, che dalla vocazione industriale, conquista la nobiltà del gioiello. Nella limitazione del piccolo formato non si disperdono luminosità e sinuosità avvolgente del lavoro di Scarnati ma è indubbio che l'anima espressiva del nastro continuo pretenda l'allusione dell'infinito e la mobilità di un lungo percorso. Acutamente Rossana Bossaglia inquadra "quel leggero saettante vibrare…..dove l'immagine è un guizzo, dietro al quale ci figuriamo il correre di una mano insieme sicura e fantasiosa". Risulterebbe naturale affrontare ora l'argomento spazio nella considerazione corrente della scultura. Ovvero la concezione nel luogo comune, la sudditanza ad altre discipline, la soccombenza ad altre mode, l'insensibilità alla ubicazione civita ed alla collocazione urbanistica. La scultura era e rimane una nicchia della sensibilità, una lettura rara e raramente frequentata, mediamente confusa con l'oggetto e relegata all'accoglienza di pochi cultori. Motivo ulteriore per valutare la coraggiosa scelta di Stefania Scarnati, già dotata di ampio consenso in pittura e nell'incisione, motivata nell'affrontare un nuovo linguaggio, consapevole delle asperità ma convinta nell'assecondare propensione e affinità. Coerente nella continuità di percorso, determinata nel tradurre gli spazi della pittura nei volumi della scultura e proiettare il proprio lavoro nella dimensione dell'infinito. Perché il "passaggio", saetta, luce e forma, conduca l'idea ad approdo sicuro.
Claudio Rizzi Milano, aprile 2004
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